Periostite tibiale: come prevenirla e curarla

La periostite tibiale è descritta come un dolore al margine posteriore e mediale della tibia, molto comune nei runner. Vediamo come risolverla.

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La periostite tibiale (in inglese medial tibial stress syndrome) è descritta come un dolore al margine posteriore e mediale della tibia, molto comune nei runner. Si pensa sia causata da fenomeni infiammatori, anche se recenti studi hanno smentito questo, sostenendo come la problematica sia molto più simile alle lesioni da stress, soprattutto a causa di fenomeni di trazione a carico dell’osso. Il paziente con periostite lamenta dolore diffuso lungo il margine mediale della tibia, che di solito diminuisce con il riscaldamento.

L’incidenza della periostite varia dal 4 al 35% negli atleti e nei militari. L’atleta spesso può terminare la sessione di allenamento, con il dolore che però gradualmente ritorna dopo l’esercizio e può peggiorare la mattina successiva.

La periostite colpisce prevalentemente i runner ed i militari

Quali sono le cause della periostite?

Ci sono un gran numero di fattori di rischio che potrebbero predisporre lo sviluppo di periostite tibiale, incrementando lo stress e le forze di trazione a carico dell’aspetto mediale e posteriore della tibia.

Potremmo infatti considerare l’eccessiva pronazione del piede, gli errori sul carico di allenamento, il tipo di scarpa, il tipo di superficie di gioco o allenamento, la fatica muscolare e la ridotta flessibilità muscolare come i fattori principali.

Altri fattori di rischio riportati in letteratura includono il sesso femminile, un alto indice di massa corporea, un aumento della rotazione interna o esterna dell’anca, un’aumentato volume muscolare del polpaccio ed una storia di precedenti fratture o uso di ortesi.

Per capire cosa causa la periostite tibiale dobbiamo andare a rivedere la biomeccanica che sottende la deambulazione e la corsa. Durante la fase intermedia del passo, la pronazione del piede permette di assorbire l’impatto al suolo e permette di adattare il piede alle asperità del terreno. Il muscolo soleo è il più importante flessore plantare e supinatore del piede e la sua contrazione eccentrica permette di contrastare la pronazione del piede. Un eccessiva pronazione causata da un piede piatto o da impatti eccessivi che devono essere ammortizzati, conducono ad eccessive forze di trazione a carico dell’inserzione del soleo nel periostio.

Un’eccessiva pronazione del piede potrebbe essere causa dello sviluppo di periostite

Anche la salute metabolica dell’osso potrebbe essere un fattore da considerare. Magnusson et al (2003) hanno visto come atleti con periostite avessero una densità ossea inferiore rispetto ad atleti sani. Inoltre atleti con la problematica in una sola gamba risultavano avere una ridotta densità ossea anche nell’altra gamba, giusto per ribadire come la densità ossea fosse una causa e non una conseguenza della periostite. Alla scomparsa dei sintomi, poi, corrispondeva una normalizzazione della salute metabolica dell’osso.

La radiografie di solito non sono necessarie, poichè risultano negative in soggetti con periostite, potrebbero essere utili nel caso il dolore non sia diffuso ma molto localizzato per indagare l’eventuale presenza di una frattura da stress.


Come curare la periostite?

Molti atleti presentano una lunga storia di periostite senza aver mai trovato la soluzione al problema, provando qualsiasi tipo di rimedio casalingo, stretching, medicine e crioterapia.

E’ importante cercare di capire cosa migliora e cosa peggiora il proprio dolore, e considerarlo poi nel trattamento. Una fonte di calore, infatti, potrebbe migliorare il dolore poichè riscalda il muscolo ed aumenta la flessibilità, ma potrebbe aumentare la circolazione sanguigna e peggiorare il problema. Bisogna quindi attuare un trattamento sintomatico ed andare a valutare i fattori di rischio ed eventualmente correggerli.

Craig, in uno studio del 2008, ha però suggerito come non ci siano attualmente metodi di trattamento più efficaci del riposo, i risultati degli studi su solette che assorbono gli impatti del piede sembrano però essere promettenti. Nei casi cronici peggiori l’immobilizzazione e la protezione del carico per permettere una diminuzione della tensione nella zona inserzionale del soleo, non possibile con il continuo carico, potrebbe essere necessaria. In molti casi può essere utile sostituire l’allenamento con attività in scarico come ciclismo o nuoto per mantenere lo stato di allenamento cardio-vascolare dell’atleta.

Se andiamo ad analizzare la correzione dei fattori di rischio potrebbe risultare utile correggere temporaneamente la pronazione del piede attraverso dei supporti, come plantari o del taping anti-pronazione. La correzione dovrebbe essere temporanea e coadiuvata da un programma di allenamento dei muscoli intrinseci del piede per migliorare il sostegno dell’arco plantare, trattamento fasciale di soleo, tibiale posteriore e flessore lungo delle dita per verificare la presenza di addensamenti fasciali e trigger point ed un allenamento aspecifico riguardante controllo motorio e flessibilità.

Solamente nel caso non sia stato possibile correggere attivamente il problema, può essere utile consigliare l’utilizzo permanente di plantari anti-pronazione.


Bibliografia