Tecnica di corsa: Analisi biomeccanica

0
1306

La corsa è una naturale progressione locomotoria bipodalica, che attuiamo quando abbiamo bisogno di muoverci più velocemente. Condivide comunque molti dei principi fisiologici del cammino. La biomeccanica della corsa in un’analisi superficiale è molto simile a quella del cammino. Come nella deambulazione, la corsa è un’azione ciclica che può essere descritta e divisa in cicli, dal contatto di un piede al suolo al successivo contatto dello stesso piede. Andiamo ad analizzare la tecnica di corsa attraverso un’analisi biomeccanica.


La corsa ed il cammino

A differenza del cammino, in cui può essere descritto un pattern generale dei movimenti, dell’attivazione muscolare e della cinematica articolare, nella corsa questi parametri variano di molto se si considerano varie velocità di corsa, da un lento jogging ad una gara di velocità.

Un aumento di velocità richiede una maggior articolarità, una maggior ampiezza del movimento e una maggior forza muscolare, l’assenza o carenza di qualche elemento può portare un overuse alle strutture corporee con un incremento del rischio di infortuni sul lungo termine. Quindi, per una persona che comincia a correre per la prima volta, è indispensabile un periodo di adattamento del sistema muscoloscheletrico alle grosse richieste prestazionali che richiede la corsa, pena un potenziale aumento del rischio di lesioni come tendiniti o fratture da stress.

Quando abbiamo necessità di aumentare la nostra velocità avviene il passaggio dalla camminata alla corsa, non per l’incapacità di camminare veloce, ma per la maggior efficenza energetica della corsa quando raggiungiamo velocità attorno ai 2.1-2.2 m/s.

La corsa è presente, per definizione, dopo il passaggio dalla fase di doppio appoggio della deambulazione a due fasi di “volo”, ossia due fasi in cui non è presente contatto a terra con nessuno dei due arti inferiori. Nella transizione dalla deambulazione alla corsa, la durata della fase di appoggio di entrambi i piedi passa dal 60% al 40% della durata del semipasso. Un aumento della velocità della corsa, inoltre, diminuisce la durata del semipasso, diminuendo la durata e la percentuale rispetto al semipasso di appoggio dei piedi ed aumentando, invece, la fase di “volo”. Biomeccanicamente il corpo passa da una situazione che simula un pendolo durante la deambulazione ad una situazione più simile ad una molla durante la corsa. Il trasferimento ciclico dell’energia cinetica a potenziale che avviene con l’estensione dell’arto inferiore che è a contatto col suolo che mantiene in avanti il baricentro e permette un avanzamento dell’altro arto (non per niente la deambulazione può essere definita come una continua caduta in avanti controllata) diventa nella corsa un accumulo di energia elastica da parte dei muscoli, tendini e le altre strutture durante la fase di contatto al suolo del piede con le 3 articolazioni dell’arto inferiore in posizione flessa che rilasciano poi l’energia accumulata durante l’estensione per permettere la fase di volo.

Differenza tra corsa e cammino

Dall’osservazione, si vede come i movimenti delle articolazioni degli arti inferiori siano più veloci rispetto alla deambulazione, in primo luogo perchè la durata minore del ciclo, ma anche perchè è maggiore l’ampiezza articolare che si raggiunge.

L’anca, sul piano sagittale, ha un pattern di movimento molto simile alla deambulazione, con l’eccezione di un grosso aumento della flessione nella fase di contatto al suolo e un’estensione leggermente maggiore nella fase di stacco delle falangi, la preoscillazione. Anche il pattern di ginocchio è molto simile alla deambulazione, con l’eccezione di un aumento della flessione di ginocchio per tutto il ciclo della corsa. Infatti, il ginocchio è flesso di 20-30° al contatto al suolo, rispetto ai 5-10° nella deambulazione. La flessione aumenta anche nella fase centrale di carico ed è seguita da un leggero aumento dell’estensione che fa ritornare l’angolo di flessione di ginocchio minore di quello del contatto al suolo prima di reiniziare la flessione appena prima dello stacco delle dita dei piedi durante la preoscillazione per iniziare la fase oscillatoria, quindi di “volo”. La massima flessione raggiunta nella fase di carico varia comunque dagli 80 ai 120° a seconda della velocità di corsa.

Durante la corsa a basse velocità, molti runner impattano il suolo con il tallone, e sono chiamati in inglese “rearfoot stricker”, e si differenziano dai “midfoot stricker”, che impattano con tutta la pianta del piede e dai “forefoot stricker”, che invece impattano con l’avampiede. Con l’aumento della velocità di corsa molti corridori passano da un appoggio con tutta la pianta del piede ad un appoggio di avampiede. Un runner alle prime armi, invece, preferirà un appoggio di retropiede, quindi di tallone perchè più economico dal punto di vista energetico.

Indipendentemente dal tipo di appoggio al suolo, l’anca rimane sempre vicina alla posizione neutra in questa fase. Il contatto iniziale è poi seguito da una dorsiflessione di caviglia derivante dal momento flessorio di tibiotarsica per il rotolamento in avanti della tibia a causa della flessione di ginocchio che sta avvenendo, controllata eccentricamente quindi dai flessori plantari di tibiotarsica ed è però immediatamente seguita da una flessione plantare combinata all’estensione di ginocchio che permette la propulsione.

Le forze di reazione all’impatto al suolo sono maggiori nella corsa rispetto alla deambulazione, e quindi la dorsiflessione di caviglia permette un accumulo dell’energia potenziale che poi sarà trasformata in energia cinetica dai flessori plantari; nei “rearfoot stricker”, inoltre, l’impatto  è maggiore e quindi è maggiore l’energia potenziale accumulata che permette un risparmio energetico nel ciclo della corsa, ma considerando che le forze agenti sono circa 3-4 volte il peso corporeo questo può portare ad infortuni a livello del tallone, come delle fratture da stress. Nell’appoggio col tallone inoltre queste forze si posso riperquotere in tutto l’arto inferiore fino alla zona lombare, mentre nell’appoggio con l’avampiede queste forze sono assorbite più fluidamente attraverso la flessione dorsale e convertite più velocemente in energia cinetica per la propulsione. E’ quindi consigliabile, quando le velocità aumentano e di conseguenza aumentano anche le forze di reazione al suolo, cambiare il tipo di appoggio cerso la parte anteriore della pianta del piede.

Differenze tra appoggio di tallone ed avampiede

Ad alte velocità , inoltre, la risposta in flessione plantare di piede che permette la spinta propulsiva è più veloce e fluida con un appoggio di tipo “forefoot”, che non prevede quindi il rotolamento del piede per arrivare alla fase di flessione plantare. Negli sprinter è quindi indispensabile, oltre che naturale, appoggiare di avampiede.

Le grandi forze di reazione vincolare abbinate alla spesso molto elevata ampiezza del movimento presente nella corsa sono associate a grandi momenti torcenti che si formano nell’articolazione. Un aumento dell’articolarità del movimento è quindi fondamentale negli sport di velocità, si prenda per esempio i 100 m piani, dove le grandi leve di Usain Bolt gli permettono di fare soltanto 40-41 passi rispetto ai 43-44 medi degli altri velocisti, comportando un vantaggio notevole nella fase di distensione dopo la partenza. Credo sia chiaro, però, che un solo aumento dell’ampiezza non porti a grandi risultati se non allenato insieme ad un aumento della frequenza, che però dipende dalla stifness muscolare, ossia il grado di resistenza e risposta dei tessuti. Potrà sembrare una contraddizione ma è molto semplice da capire, semplicemente Usain Bolt ha leve più lunghe che gli permettono una maggior ampiezza di movimento che, associata ad una frequenza proporzionalemnte  simile a quella degli altri sprinter, gli permette di fare meno passi e un tempo inferiore.


Bibliografia

Kinesiology of the Musculoskeletal System, Donald Neumann

Amazon.it: 72,82 €Compra ora